Intervista a Barbara Galli – HR chiama Marketing

HR e Marketing sono la nuova "coppia di potere" all'interno delle migliori aziende.

Il valore di un brand va comunicato sia internamente che esternamente.

L’iniziativa “HR chiama Marketing”, ideata da Rosanna Del Noce e Stefania Boleso, ha lo scopo di promuovere il dialogo tra queste due aree, una sinergia strategica finalizzata a un’evoluzione aziendale percepita e apprezzata tanto dal mercato quanto dai collaboratori.

 

Intervista a Barbara Galli

Mobility BU Director - Digital Expert and Ambassador  - DOXA

 

realizzata da Rosanna Del Noce

CEO Recround - Digital & Marketing HR Consultant

La visibilità e la credibilità delle aziende sta crescendo anche grazie al ruolo dei collaboratori, i brand ambassador più credibili del mercato. Pensi sia arrivato il momento di superare quel limite tra ciò che si può esprimere di se stessi dentro e fuori l’azienda?

Con questa domanda mi fai riflettere in due direzioni, che si intersecano.  La prima è l’individuo e il valore del sé. Sono profondamente convinta che la diversità che ciascun individuo porta nel mondo sia un valore per le comunità e per le organizzazioni. Libera di esprimersi, così come è, in qualsiasi contesto, nel rispetto – o meglio ancora nell’incontro – delle norme del contesto stesso. L’individualità a tutto tondo per me è un valore enorme a cui le aziende (che poi sono fatte di persone!) dovrebbero bramare di accedere, invece che, come a volte accade, provare ad  “addomesticare” o “ammaestrare”.

Steve Jobs diceva “Quello che è davvero importante è avere fede nelle persone, che loro siano sostanzialmente capaci e intelligenti, e che se fornisci loro degli strumenti, saranno in grado di fare cose fantastiche”. Condivido questa frase solo in parte. Non userei “fornire strumenti alle persone” ma direi “accompagnare le persone a riconoscere gli strumenti che hanno e i nuovi a cui potranno accedere”. Penso al potenziale dell’espressione del sé e a ciò che richiede alla base: libertà e fiducia. 

Ciascuna persona è una ricchezza unica, per la prospettiva che può portare grazie alle conoscenze che ha accumulato e rielaborato; grazie alle esperienze che ha vissuto nel proprio quotidiano, professionale e privato. Professionale e privato sono solo ambiti in cui ciò che cambia di noi è il ruolo che di volta in volta siamo chiamati a ricoprire o scegliamo di impersonare: padre, madre, amico, manager. Dietro l’etichetta c’è sempre la persona, nella sua essenza, nella sua totalità. Dietro l’etichetta ciascuno di noi porta con se i propri valori, desideri, obiettivi; le proprie convinzioni, timori, speranze.

Possono essere diverse le nostre modalità di espressione e di gestione della relazione dentro e fuori l’azienda, il contenuto della comunicazione e gli interlocutori, ma la sostanza non cambia. Non cambia “l’invisibile che c’è in noi” (prendo in prestito questa espressione da Bugui Garcia, facilitatore di gruppi e costellatore sistemico organizzativo e familiare). Se l’invisibile che c’è in noi non cambia, perché dunque non esprimerlo alla massima potenza, in modo rotondo? Portando il nostro essere nella nostra professione. 

Con il mio team di lavoro amo condividere spesso questa considerazione “di fronte a noi abbiamo sempre una persona”, qualsiasi sia la sua veste professionale. Ed è una persona che magari ha un figlio che non ha dormito la notte prima, a cui è stato tagliato l’organico, con un familiare con problemi di salute. Esserne consapevoli può far evolvere il nostro modo di percepire richieste, reazioni, toni di voce. Essere più disponibili a chiedere e relazionarci tra individui, prima di attaccare o contrattaccare (a ciò che magari non voleva essere un’aggressione!).

Per avere dei brand ambassador nei propri dipendenti, a mio avviso, il primo indispensabile passo è riconoscere che ciascuno di loro è una persona, che per sentirsi parte di un team, di una comunità, di una organizzazione, deve anzitutto essere ascoltata. Una persona che custodirà e promuoverà naturalmente e con passione ciò di cui si sente parte.

Ciò che nasce deve poi essere nutrito. Costantemente. Da un lato e dall’altro. Per mantenere dei brand ambassador nei propri dipendenti è necessario che l’azienda faccia engagement, nurturing, come lo fa dei propri clienti!

La seconda riflessione verso cui mi porta la tua domanda è il dentro e fuori (l’azienda, in questo caso). In alcuni dipartimenti e ruoli aziendali lo svolgimento della propria attività richiede interazioni interne ed esterne all’azienda. Il marketing ha tra i suoi interlocutori interni gli specialisti di prodotto o servizio, la direzione generale; tra quelli esterni le agenzie di PR, i prospect. Un direttore commerciale si relaziona con il proprio team, con le altre direzioni (interno) e con i propri clienti (esterno).

Se ampliamo lo sguardo, è facile comprendere come ciascuna persona in azienda abbia un potenziale ruolo all’esterno e lo svolga già, più o meno consapevolmente, anche se non formalmente incaricato.  A chi non è mai capitato di chiacchierare anche solo a cena con gli amici della propria azienda? Di esserne ambasciatore o detrattore? Chi di noi considererebbe di inviare un’application a un’azienda di cui un proprio amico parla malissimo?

Perché non pensare di istituzionalizzare il ruolo di ambassador a livello aziendale? Una iniziativa di brand ambassadorship non può essere una operazione “di facciata”. Se promossa in modo corretto, con una chiara condivisione degli obiettivi e un vero desiderio di costruire insieme una partecipazione attiva, può avere effetti dirompenti e generare benefici immediati: per il dipendente, che si sente ascoltato e coinvolto, partecipe, co-crearore; per l’azienda, che si avvale di una “pubblicità gratuita” trasmessa dalla voce più credibile del mercato: le persone che tutti i giorni la vivono.

Quali benefici porta alle aziende e alle persone un equilibrato superamento di questo limite?

Equilibrio è un termine che anche io uso spesso e che mi sta a cuore!  Ma in questo preciso momento e in relazione al tema di cui stiamo parlando, voglio fare mia la sfida di metterlo in discussione. Perché l’equilibrio è importante, ma lo è anche la rottura dell’equilibrio, che può significare l'uscita dalle zone di comfort e da modelli tanto consolidati quanto non più adeguati, per evolvere.

A volte è necessario prendersi qualche rischio, sopportare qualche scossa iniziale al terreno che ci sta sotto i piedi, che poi naturalmente si assesterà, grazie al progressivo consolidamento di nuove regole, ruoli, flussi comunicazionali.

Se siamo completamente onesti con noi stessi e realmente devoti al ruolo che ricopriamo possiamo ammettere che a volte è necessario mettersi in gioco, aprire le porte, lasciare andare, integrare.

L’individuo avrà l’opportunità di sentirsi più protagonista e accolto, così come è, anzi, desiderato e apprezzato per ciò che può portare in termini di esperienza, approccio, visione. La sua visibilità sarà favorita. Si sentirà investito di fiducia, sostenuto, incentivato nella sua libera espressione, magari rilanciato sui social network dalla propria azienda a cui ha fatto da ambassador pubblicando anche un semplice post.

L’organizzazione vedrà molto probabilmente una riduzione del turnover, un aumento della produttività e assisterà a una naturale ed esponenziale diffusione dell’ambassadorship. Tutto ciò ha un impatto crescente sull’immagine e sulla desiderabilità del brand, attiva la potenza di un nuovo circuito: maggiore attrattività verso le risorse, maggiore credibilità verso i clienti, crescita del business.

 

Che impatti produce questa evoluzione in termini di HR e Marketing?

Mi immagino un HR presente e in ascolto continuo. Un HR non parla più solo all’interno dell’azienda ma anche all’esterno, e non solo con annunci “we’re hiring”, ma promuovendo posizionamento e visione, racconti di storie d’azienda e di persone, calamite potenti in grado di attrarre chi ha identità di intenti e sentire. Vedo un'esperienza di selezione più agevole e mirata, naturale.

Mi immagino un marketing che, quando parla all’esterno, non ha come target solo il cliente o il prospect; con un’attenzione maggiore al cliente interno, al dialogo con HR, con ciascun membro del dipartimento .

Vedo un marketing che non si rivolge al consumatore ma alle persone, dentro e fuori l’azienda; che promuove e sostiene programmi di ambassadorship, con i dipendenti e, perché no, con i clienti.

Nel rispondere mi arriva l’immagine di uffici più sorridenti con persone più focalizzate e distese: persone "totalmente rilassate e totalmente attive". Aziende fatte di persone che si impegnano per far evolvere e crescere qualcosa che riconoscono davvero come proprio, di cui sono parte. Sento una energia canalizzata alla costruzione, non alla difesa, alla demolizione o al lamento, atteggiamenti che generano stallo, inedia, demotivazione, distacco. 

 

Il tuo libro “Web Listening. Conoscere per agire” si apre con questa frase: “la conoscenza è potere solo se può circolare liberamente”. Cosa e come può facilitare un sano sviluppo di questo tipo di conoscenza nelle organizzazioni? 

Ti ringrazio per la citazione.  Poter pubblicare un libro è un privilegio per vari motivi. Richiede che un editore sposi il tuo progetto e creda nelle tue idee; una famiglia che ti sostenga quando la notte, nel weekend o in vacanza tu stai lì a scrivere invece di passare del tempo con loro. Ti permette di contribuire alla diffusione della conoscenza che hai avuto l’opportunità di costruire nel tuo percorso; di favorire il dibattito, di dare il là all’apertura di nuove prospettive.  È l'occasione per amplificare il nostro potenziale, riformularlo per arricchire di nuovi stimoli ogni nostra idea, pensiero, contributo.

Nella mia vita professionale ho sentito spesso pronunciare “l’informazione è potere” e mi è sempre suonata agée, miope e pericolosa, se intesa come “se sai qualcosa tienilo per te, perché potrà essere un vantaggio competitivo”. Per me ha anche un retrogusto manipolatorio che ho sperimentato, come molti, nei comportamenti di chi ne ha fatto un mantra, un credo.

L’esergo nella sua versione completa è “se metti un fiore sotto una campana non lo proteggi, lo soffochi. L’informazione è potere solo se può circolare liberamente”. Con la metafora del fiore ho voluto rappresentare questo pensiero: è ora di percepire i limiti dei comportamenti mirati a difendere a tutti i costi ciò che è nostro o che interpretiamo come nostro, esclusivamente nostro.

Chiudere i cancelli può far si che ciò che è al loro interno non ne esca e che anche il "nostro" contributo resti intrappolato. Impedisce l’ingresso di ciò che sta fuori - e ciò che sta fuori, per inciso, è generalmente decisamente più ampio di ciò che sta dentro! La ricchezza si crea dall’accoglienza di nuove prospettive, dall’apertura. Dal coraggio di mettersi a disposizione dell’altro, nella consapevolezza che siamo in grado di contribuire a qualcosa di nuovo, più ampio, ricco e profondo.

Certo, farlo richiede una certa centratura. Richiede equilibrio (ecco, l’ho detto!), consapevolezza e, perché no, una visione orientata al benessere non solo personale e immediato.

Ciò che sta uccidendo molti business con un potenziale elevatissimo è a mio avviso proprio la paura della proprietà e/o del top management (e a seguire del middle management, fino a permeare tutto l’organico) alla comunicazione chiara e diretta, alla condivisione piena e all’empowerment delle persone. Per facilitare un sano sviluppo della conoscenza condivisa è utile partire dalla comprensione dello status quo. Il coaching contribuisce in modo significativo a costruire consapevolezza sull’utilità della condivisione della conoscenza e ad aiutare ogni persona e ogni team a “centrarsi”. È vero anche che, perché possa avere effetto, le organizzazioni prima devono sceglierlo! A sceglierlo è HR, la proprietà, il top management.  A sceglierlo è ogni singola persona. Scegliere di far entrare il coaching nella propria organizzazione implica la disponibilità a mettersi in gioco, uscire dalla zona di comfort, passare attraverso  una temporanea sensazione di disequilibrio, incertezza, disagio. Comporta il desiderio di trovare un benessere più autentico, spontaneo, vivo.

C’è un semplice pensiero che riassumerò in una frase che ha fatto il giro del mondo “se fai come hai sempre fatto, otterrai sempre gli stessi risultati”. Arriva un momento in cui i soliti risultati non bastano più. In quel momento decidi di fare qualcosa, scegli di accogliere il coaching nella tua azienda. Scegli di trovare un benessere più vero, concreto, ampio.

 

Perché hai scelto di fare coaching? Cosa è scattato?

La parola coach ha origine dal termine francese coche, carrozza o cocchio. Nel XVI secolo coche identificava un mezzo di trasporto trainato da cavalli e condotto da una guida: il cocchiere. Negli Stati Uniti, il coach guida la squadra e la allena, la segue anche dal punto di vista emotivo, la stimola, crea spirito di gruppo per affrontare gli avversari con maggiore carica e sicurezza. Un importante contributo al coaching moderno fu dato da Timothy Gallwey, che mise nero su bianco i suoi principi di base. "C’è sempre un gioco interiore in corso nella nostra mente, non importa in che altro gioco siamo impegnati. Il modo in cui lo affrontiamo è quello che spesso fa la differenza tra il nostro successo e il nostro fallimento".

Ho scelto di avvicinarmi al coaching per la promessa che ho letto tra le righe di queste definizioni: la possibilità di allenarmi ad avere una visione pura, che riuscisse a rendermi visibili  le mie abitudini condizionanti e i miei preconcetti limitanti, permettendomi di metterli da parte e agire con maggiore consapevolezza ed efficacia ed essere una guida migliore nel mio lavoro e una presenza ferma, risoluta ed equilibrata nella mia vita di tutti i giorni.

Quando ho scelto il coaching? Quando è stato il momento! Penso che le cose accadano quando devono accadere e che il nostro compito, se desideriamo che accadano, sia prepararci per riconoscere ciò che per noi è un'occasione di evoluzione, di arricchimento ed essere semplicemente lì, presenti. E poi di agire per chiudere il cerchio: scegliere e fare il primo passo.

Per me è sempre stata utile la mia naturale predisposizione all’esplorazione, alla scoperta, all’incontro: ho vissuto e vivo tante esperienze e relazioni e da ciascuna di esse ho sempre imparato. Da alcune è germogliato qualcosa. Da altre sono nate occasioni a cui non avrei mai pensato all’inizio del mio cammino!

 

 

Per partecipare all'iniziativa HR chiama Marketing e richiedere ulteriori informazioni scrivete a Rosanna Del Noce 

mail rosanna@recround.it

CONTENUTI PIÙ LETTI

Stiamo elaborando la tua richiesta

Commenti (2)

  • Tamara

    Bellissima intervista ricca di contenuti profondi e spunti per riflettere, il mondo del business si sta evolvendo, grazie e tanti complimenti a Rosanna del Noce e Stefania Boleso.

    Tamara Gortan

  • Andrea Mercanti

    Gentile Barbara,

    Condivido a pieno quello che hai detto all’interno di questa intervista.

    Ho conosciuto il marketing e la comunicazione all’università ed èstato amore a prima vista. Tra tutti il concetto di “creazione di valore” mi ha colpito in particolar modo: creare valore significa ASCOLTARE i potenziali clienti, offrire loro un beneficio atto a soddisfare un bisogno. Ma come è possibile soddisfare qualcuno all’esterno del perimetro della propria azienda se poi non si ascoltano anche tutti coloro che vi sono all’interno? Un’azienda sana, a mio avviso, deve essere percepita come tale non solo dal mercato esterno ma soprattutto dai suoi interlocutori interni.E qui mi ricollego al tuo concetto di brand ambassadorship.
    Accoglienza, fiducia, ascolto sono tutte chiavi indispensabili per creare un ambiente di lavoro trasparente e solidale, la migliore via per ottenere dal un lato la serenità dei dipendenti e dall’altro l’aumento della produttività aziendale.
    Persone felici di ricoprire il proprio ruolo e orgogliose della propria azienda sono un valore fondamentale a cui ogni Brand con la B maiuscola dovrebbe puntare.
    Concludo citando un pezzo dell’intervista, che mi è rimasto particolarmente dentro “La ricchezza si crea dall’accoglienza di nuove prospettive, dall’apertura. Dal coraggio di mettersi a disposizione dell’altro, nella consapevolezza che siamo in grado di contribuire a qualcosa di nuovo, più ampio, ricco e profondo.”

    Grazie ancora per il tuo contributo,
    Leggeró senz’altro il tuo libro
    Andrea Mercanti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati dal simbolo *